Il danno psichico dei familiari: quando il lutto diventa malattia

Quando il dolore per la morte di un familiare diventa un disturbo accertabile, il diritto riconosce un danno biologico distinto da quello parentale.
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Sono passati più di dodici mesi dall’incidente. La madre di un ragazzo morto in un incidente stradale non riesce più a lavorare con continuità, dorme poche ore, evita la strada dove è accaduto, e ogni conversazione torna lì. I familiari dicono che “è normale”, che serve tempo. Il medico di base le ha prescritto qualcosa per dormire e le ha suggerito di parlare con qualcuno.

In una situazione del genere ci sono due piani che vanno tenuti distinti. Il primo è il dolore per la perdita del figlio, che il diritto risarcisce come danno da perdita del rapporto parentale. Il secondo è la possibilità che quel dolore abbia prodotto una vera alterazione della salute psichica, accertabile da un medico. In questo secondo caso il diritto riconosce un danno ulteriore: il danno biologico di natura psichica del familiare.

Lutto e malattia: dove passa il confine

Ogni lutto porta con sé sofferenza, disorientamento, difficoltà a riprendere la vita di prima. Questa sofferenza, per quanto intensa, non è di per sé una malattia. La medicina distingue il lutto, che è una reazione attesa alla perdita, da una condizione in cui il lutto si prolunga e compromette in modo significativo la vita quotidiana.

La quinta edizione rivista del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association, il DSM-5-TR pubblicato nel marzo 2022, ha introdotto una diagnosi specifica: il disturbo da lutto prolungato. Per gli adulti richiede che siano passati almeno dodici mesi dalla morte di una persona vicina, sei mesi per bambini e adolescenti. Richiede inoltre che, nell’ultimo mese e quasi ogni giorno, siano presenti almeno tre sintomi tra quelli indicati dal manuale, come un intenso desiderio della persona scomparsa, un senso di incredulità, l’evitamento di ciò che ricorda la perdita, un dolore emotivo intenso, la sensazione che una parte di sé sia morta. Il disturbo deve causare un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento sociale o lavorativo.

Anche la classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’ICD-11, prevede il disturbo da lutto prolungato, con una soglia temporale di almeno sei mesi.

Il lutto prolungato non è l’unica forma possibile. Dopo un incidente mortale un familiare può sviluppare un disturbo depressivo, un disturbo d’ansia o, in particolare se ha assistito all’incidente o ne ha visto le conseguenze, un disturbo da stress post-traumatico. La diagnosi spetta al medico, e la valutazione ai fini del risarcimento al medico legale o allo psichiatra forense.

Due danni diversi, che il giudice tiene separati

Il Codice civile, all’art. 2059, prevede il risarcimento del danno non patrimoniale nei casi stabiliti dalla legge. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza 11 novembre 2008, n. 26972, hanno chiarito che questo danno è una categoria unitaria, nella quale il giudice deve considerare tutte le conseguenze subite dalla persona senza duplicazioni, ma anche senza lasciarne fuori alcuna.

Dentro questa categoria il familiare della vittima può subire due pregiudizi diversi. Il danno da perdita del rapporto parentale risarcisce la sofferenza e lo sconvolgimento della vita che derivano dalla morte del congiunto; è trattato nella guida sul danno da perdita del rapporto parentale. Il danno biologico psichico risarcisce invece una lesione della salute del familiare, accertata con criteri medico-legali e misurata in punti percentuali di invalidità, come accade per una lesione fisica.

La Cassazione, con la sentenza della terza sezione civile 11 novembre 2019, n. 28989, ha affermato che il danno biologico psichico del familiare superstite è distinto dal danno da perdita del rapporto parentale. Il giudice deve considerarli separatamente, anche quando poi li liquida in un unico importo, e deve evitare che lo stesso pregiudizio venga contato due volte. La stessa decisione richiede una prova rigorosa della lesione psichica.

La conseguenza pratica è che il familiare che ha sviluppato un disturbo accertato può chiedere entrambe le voci. Quando la compagnia offre una somma per la perdita del rapporto parentale senza considerare la malattia, la valutazione è incompleta.

Che cosa serve per dimostrare il danno psichico

Il danno psichico non si presume. Va provato, e la prova è prima di tutto medica. Il giudice si affida di solito a una consulenza tecnica d’ufficio, e la compagnia, nella fase stragiudiziale, può chiedere che il familiare si sottoponga alla visita di un medico legale da lei incaricato.

Gli elementi che rendono solida la richiesta sono di tre tipi. Il primo è la documentazione clinica nel tempo: visite dal medico di base, dallo psichiatra o dallo psicologo, prescrizioni di farmaci, eventuali ricoveri, certificati di malattia. Una documentazione che comincia a ridosso dei fatti e prosegue con regolarità racconta l’evoluzione del disturbo meglio di una singola visita fatta mesi dopo. Il secondo è la valutazione medico-legale di parte, che descrive il disturbo, ne stabilisce il collegamento con la morte del congiunto e ne stima il grado di invalidità temporanea e permanente. Il terzo riguarda gli effetti concreti sulla vita: la riduzione dell’attività lavorativa, l’abbandono di relazioni o attività, la necessità di aiuto nella vita quotidiana.

Il collegamento causale merita un’attenzione particolare. La compagnia può sostenere che il disturbo esisteva già prima, o che dipende da altri fattori. Una storia clinica precedente non esclude il risarcimento, ma va ricostruita con precisione, perché incide sulla quota di danno attribuibile all’incidente.

Il ruolo dei tempi

Il fattore tempo pesa in due direzioni. Da una parte, una diagnosi di lutto prolungato non può essere fatta prima che sia trascorso il periodo indicato dai manuali diagnostici: per un adulto, secondo il DSM-5-TR, almeno dodici mesi. Una valutazione medico-legale troppo precoce rischia di non poter accertare un disturbo che non si è ancora stabilizzato.

Dall’altra parte, la trattativa con la compagnia può arrivare a una proposta di chiusura prima che il quadro psichico sia definito. Chiudere a saldo e stralcio in quella fase può significare rinunciare a una voce che emergerà solo dopo. Il tema è approfondito nella guida sulla quietanza liberatoria. I termini di prescrizione restano comunque il limite esterno, e sono spiegati nella guida sulla prescrizione del risarcimento.

Il sostegno psicologico e la valutazione medico-legale

Il percorso di cura e il percorso di valutazione hanno scopi diversi. Lo psicologo o lo psichiatra che segue un familiare lavora per la sua salute, e quel rapporto va protetto. La valutazione ai fini del risarcimento è un’altra attività, svolta di norma da un medico legale o da uno psichiatra con competenze forensi, che esamina la documentazione e visita la persona per stimare il danno.

Le relazioni del curante sono però una parte importante della documentazione, perché descrivono il disturbo come è stato osservato nel tempo. Per questo conviene conservare ogni certificato, prescrizione e relazione, anche quando sembrano di poco conto. Sul sostegno nei mesi successivi alla perdita c’è una guida dedicata, lutto e sostegno psicologico.

Chi può chiedere il danno psichico

Ogni familiare che ha subito una lesione della salute psichica a causa della morte del congiunto può chiederne il risarcimento, purché la lesione sia accertata e collegata all’evento. Di solito si tratta del coniuge o del convivente, dei figli, dei genitori, dei fratelli. Il danno è personale: va valutato familiare per familiare, e la stessa perdita può produrre una malattia in una persona e non in un’altra. Sulla cerchia delle persone che possono chiedere il risarcimento c’è una guida specifica, chi ha diritto al risarcimento.

Per i figli minorenni la valutazione richiede competenze specifiche in ambito evolutivo, e le soglie temporali dei manuali diagnostici sono più brevi.

Il percorso di sostegno e il modo in cui si tiene distinto chi cura da chi valuta il danno sono descritti nella guida su lutto e sostegno psicologico. Per i genitori che hanno perso un figlio c’è anche la guida sulla perdita di un figlio.

Il quadro completo, dal primo giorno al risarcimento, è nella guida generale sui diritti della famiglia dopo un incidente stradale mortale.

Domande frequenti

Il dolore per la morte di un familiare è sempre danno psichico?

No. Il dolore per la perdita è risarcito come danno da perdita del rapporto parentale. Si parla di danno psichico solo quando quel dolore ha prodotto un disturbo accertabile dal punto di vista medico, come un disturbo da lutto prolungato, un disturbo depressivo o un disturbo da stress post-traumatico.

Si possono chiedere sia il danno parentale sia il danno psichico?

Sì, se il danno psichico è provato. Secondo Cass. civ., sez. III, 11 novembre 2019, n. 28989, si tratta di pregiudizi distinti, che il giudice valuta separatamente evitando di risarcire due volte la stessa conseguenza.

Quando conviene fare la valutazione medico-legale?

Quando il quadro clinico si è stabilizzato abbastanza da poter essere descritto. Per il disturbo da lutto prolungato negli adulti il DSM-5-TR richiede almeno dodici mesi dalla perdita. Il momento giusto si decide caso per caso, tenendo conto della documentazione disponibile e dei termini di prescrizione.

Le spese per la psicoterapia sono risarcibili?

Le spese mediche sostenute per curare un danno causato dall’incidente rientrano nel danno patrimoniale e vanno documentate con fatture e prescrizioni.

Ogni persona reagisce alla perdita in modo diverso, e capire se il dolore è diventato anche una malattia richiede tempo e attenzione. Raccontaci che cosa è successo: leggiamo ogni richiesta con attenzione e rispondiamo personalmente.

A cura di
Immagine di Roberta Scarpellini
Roberta Scarpellini
Roberta Scarpellini è avvocato del Foro di Milano. Assiste le famiglie delle vittime di incidenti stradali mortali e le persone che hanno subito lesioni gravi, nella trattativa con le compagnie di assicurazione e in giudizio, anche con la costituzione di parte civile nel processo penale. È presidente dell'associazione NEVRA, dedicata al riconoscimento medico-legale del danno neuropatico.

Avv. Roberta Scarpellini · Ordine degli Avvocati di Milano · studioscarpellini.com

Una nota. Questa guida offre informazioni generali, aggiornate alla data indicata, e non sostituisce un parere sul vostro caso: ogni vicenda ha tempi, prove e responsabilità proprie che vanno lette una per una.

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